Piccolo Festival delle Spartenze: un contributo (da lontano)

Cari amici,
 
Sono dispiaciuta di non poter prendere parte a questa bella iniziativa, come avrei desiderato. Purtroppo, una improvvisa indisposizione mi impedisce di essere con voi.  Non voglio però far mancare il mio messaggio di saluto ed esprimere le mie sincere congratulazioni a quanti rendono possibile tutto questo.
 
Qualche parola di presentazione. Lo faccio con la convinzione che il riferimento a qualche passaggio di vita della mia famiglia e mio personale possa offrire spunti di riflessione alla discussione sui giovani italiani di diverse generazioni presenti nel mondo.
 
Sono nata in Germania dove i miei genitori, mio padre siciliano, mia madre calabrese sono emigrati negli anni 80.
Come italiana di seconda generazione in Germania, ho avuto la fortuna di poter frequentare la scuola d’obbligo tedesca – nonostante le difficoltà del sistema fatto di filtri molto rigidi – e corsi di lingua e cultura italiana. Mi sono laureata in Italianistica, Ispanistica e Storia. Insegno lingue (Italiano e Spagnolo), Educazione Civica e Storia in una scuola superiore pubblica a Pforzheim.
La multiculturalità è un tratto caratteristico del mio DNA sociopolitico, dato che io stessa faccio parte da sempre di due mondi: quello italiano e quello tedesco. Ed è con questa sensibilità che cerco di interpretare il mio impegno politico, prima in Germania ed ora in Parlamento, come rappresentante eletta dalle nostre comunità in Europa.
Dico queste cose soprattutto per sottolineare un aspetto essenziale. Chi parte dall’Italia dovrà affrontare situazioni complesse dovute non solo alle ovvie difficoltà della ricerca di lavoro e dell’insediamento in un paese straniero, ma anche alla complessità delle relazioni sociali e culturali che incontra e alla forte segmentazione del mercato del lavoro.
 
Insomma, l’idea che la precarietà dei giovani sia una caratteristica esclusivamente italiana e che all’estero, invece, si intercettino quelle sicurezze e quelle garanzie di diritti che qui mancano è tutta da dimostrare sul campo. Ed è bene che su questo nessuno si faccia facili illusioni, ma piuttosto si attrezzi con le giuste conoscenze e se possibile anche con i giusti riferimenti per cercare di limitare l’area di disagio dell’emigrazione e costruire e realizzare nel più breve tempo possibile le condizioni per una diversa esperienza di vita.
 
Voglio dire questo prima di manifestare una qualche opinione sul tema dei ricercatori. Soprattutto in Germania, siamo di fronte ad un’emigrazione italiana di tipo indifferenziato, fatta di giovani e di meno giovani, di singoli e di famiglie, di persone di alta qualificazione indirizzati verso aziende prestigiose e contratti dignitosi e di altre che cercano un lavoro purchessia, di scarsa qualificazione e di mediocre retribuzione.
 
Per questo, credo, che l’Italia dovrebbe fare di più in termini di informazione di chi parte, di qualificazione professionale, di attivazione di reti di riferimento e di accoglienza, di migliore utilizzazione delle reti esistenti all’estero, che sono i consolati, i Comites, i patronati, le associazioni. Su questo, alla ripresa, io e i colleghi del mio gruppo eletti all’estero, assumeremo un’iniziativa per fare in modo che anche gli altri gruppi affrontino qualcuno di questi nodi e il Governo venga allo scoperto su una questione che ormai interessa ogni anno centinaia di migliaia di italiani.
 
Quanto alla ricerca e ai ricercatori, le notizie di cronaca delle ultime ore – l’attribuzione della Medaglia Fields al matematico Alessio Figalli, ripropongono l’immagine del successo dei ricercatori italiani operanti in sedi estere di ricerca. Io credo che prima di ogni altra cosa si debba riconoscere, nonostante tutto, la sostanziale validità del sistema italiano di formazione, che pure soffre di una contraddizione: da un lato fornisce figure di ricercatori molto apprezzate dai centri di ricerca e da aziende estere che fanno ricorso alla ricerca, dall’altro è ancora troppo poco attrattivo in ambito globale, nel senso che attrae ancora in modo insufficiente stranieri che vogliano formarsi in istituti qualificati e apprezzati internazionalmente.
 
Se da un lato, comunque, questo ulteriore riconoscimento ci induce a dire che sul piano della ricerca la mobilità e la libertà di scelta delle condizioni in cui meglio si possa esercitare è connaturata alla ricerca stessa, senza indulgere a patriottismi di maniera, dall’altro resta un problema grande come una casa, quella della strozzatura – finanziaria, organizzativa, di selezione meritocratica – del nostro sistema di ricerca che non consente, invece, a chi vuole restare in Italia di poterlo fare a livello di reddito dignitoso e senza consumare la sua vita in un estenuante e subalterno tirocinio.
 
Compatibilmente con le condizioni finanziarie del Paese, nella scorsa legislatura un primo anche se ancora inadeguato passo in avanti si era fatto, vedremo nei prossimi mesi, con la legge di Bilancio per il 2019 se si riesce a farne qualche altro.
 
Nello stesso tempo è stata aperto un primo sentiero di incentivi per il ritorno dei ricercatori in Italia, che ci proponiamo di allargare sempre con la prossima legge di Bilancio, sia pure da un’angolazione di opposizione, ma su questo sarebbe prezioso per me avere una diretta opinione da chi vive questa condizione perché ne possa far tesoro nel mio lavoro parlamentare.
 
Vi saluto cordialmente e ancora auguri per questo bellissimo Festival!
 
Vostra, Angela Schirò