IUS SOLI: È PARTE INTEGRANTE DELLA STORIA DELL’EMIGRAZIONE


DIRITTI / CITTADINANZA – La vicenda di Rami e Adam, i due ragazzi che con il loro coraggio e la loro intraprendenza hanno evitato un esito di drammatiche proporzioni, ha riportato in primo piano la questione della concessione della cittadinanza ai figli nati in Italia da stranieri regolarmente residenti. Magari con il corredo di riflessioni inerenti alla ius culturae, maturate negli ultimi anni.

Il ministro Salvini, dopo giorni di tentennamenti e sgradevoli commenti alle parole di un ragazzo, alla fine sembra essersi convinto che in Italia vi siano almeno due stranieri che meritano rispetto e un riconoscimento. Per questo, dopo avere gettato in strada circa 40.000 persone che avevano goduto o erano in attesa di un permesso umanitario, ha annunciato come atto premiale la concessione della cittadinanza ai due ragazzi. Dichiarando contestualmente, ancora una volta con il consenso dei 5Stelle, che dello ius soli non intende nemmeno sentir parlare.

Siamo contenti, naturalmente, per Rami ed Adam e per il fatto che il loro caso abbia rilanciato un impegno di civiltà, quale lo ius soli, ma dobbiamo rilevare come questo governo continui a tenere l’Italia bloccata nella trincea di una totale e ideologica chiusura anche rispetto a giovani che in maggioranza sono nati in Italia, frequentano le nostre scuole, parlano la nostra lingua, difendono i nostri colori sportivi, si avviano con il loro lavoro a contribuire all’avanzamento del Paese. Tenerli in un ghetto significa solo alimentare delusione e risentimento e allungare le distanze tra l’Italia e gli altri partner più avanzati che su questo terreno hanno tutti legislazioni più favorevoli.

Ancora una volta stupisce l’uscita del Sottosegretario Merlo, titolare della delega per gli italiani nel mondo, che a milioni sono diventati cittadini argentini, brasiliani, uruguaiani, statunitensi, canadesi, australiani e così via usufruendo dello ius soli nei Paesi di insediamento. 

Per Merlo, alla faccia della sua stessa storia familiare, esiste solo il diritto di sangue perché gli italiani all’estero sono una corporazione da imbonire e da coltivare elettoralisticamente, come un giardino di casa.Quindi poco importa se la rappresentanza parlamentare viene ridotta di un terzo, se le strategie culturali all’estero rischiano di scivolare verso il precipizio senza il rinnovo del Fondo quadriennale, se Comites e Cgie vengono riportati ai nastri di partenza, se finora le uniche assunzioni di personale che si sono viste sono solo quelle dei governi precedenti. “Prima gli italiani all’estero”, dice Merlo. Sì, a chiacchiere.