BREXIT: TUTELARE I DIRITTI DEI CITTADINI ITALIANI

Il 16 ottobre il Presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte ha reso comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre 2019.

Nel corso della discussione sono intervenuta sulla questione Brexit esortando il Presidente del Consiglio a seguire con la dovuta urgenza e attenzione la questione relativa alle prerogative dei cittadini italiani residenti in GB, soprattutto dei più vulnerabili, e dei cittadini britannici nel nostro Paese.

Il testo del mio intervento.

Signor Presidente del Consiglio,

Il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione europea è un evento di portata storica e, indipendentemente da come avverrà questo processo, è destinato a influenzare il futuro dell’Unione europea e, dunque, il futuro di ognuno di noi.

Il complesso negoziato e l’impasse politica che si sono determinati nel Parlamento britannico hanno messo in evidenza la profondità dei legami che quarantacinque anni di partecipazione del Regno Unito al processo di integrazione hanno determinato e quando sia difficile reciderli.

Basti pensare che la separazione implica l’abrogazione o la revisione di oltre 12 mila atti legislativi e un migliaio di trattati.

Del resto, sappiamo che nessun Paese europeo può resistere da solo nella competizione commerciale, economica e tecnologica con grandi potenze come Stati Uniti e Cina.

Davanti a noi, dunque, abbiamo due possibilità:

cercare di rimetterci sul cammino tracciato dai padri fondatori e tornare a fare politiche comuni

oppure arretrare ancora nel processo di completamento dell’Europa.

Noi del Partito Democratico, assieme alle forze politiche europeiste che guardano al futuro dell’Europa e, quindi, al futuro anche dell’Italia, non possiamo abbassare la guardia e condividiamo le priorità da lei indicate per questa fase.

Mi consentirà, Signor Presidente, di focalizzare questo mio intervento su un aspetto di dirompente attualità, vale a dire sulle ricadute che la Brexit, soprattutto nell’ipotesi della sua versione più dura di un’uscita senza accordo, potrà avere sulla condizione di alcuni milioni di cittadini europei residenti spesso da decenni in Gran Bretagna.

Il tema delle migrazioni, come tutti sappiamo, è certamente uno dei principali motivi di confronto in questo importante e delicato Consiglio europeo, nel quale Ella porterà le istanze del nostro Paese, tenendo conto anche delle posizioni che emergeranno in questo nostro dibattito.

Da eletta all’estero nella ripartizione Europa vorrei ricordare che migranti non sono solo quelli che arrivano nel nostro Paese, ma anche quelli che hanno lasciato e continuano a lasciare il nostro Paese.

In Europa, considerando le diverse ondate emigratorie che hanno caratterizzato la società italiana solo negli ultimi settant’anni, sono ormai diversi milioni di persone, arrivate ormai alla terza generazione.

Sono circa tre milioni i cittadini europei interessati dalla Brexit, come è stato già ricordato, e tra questi i nostri connazionali sono circa 700.000, la quota più elevata rispetto a tutti gli altri paesi europei.

Numeri che di per sé evidenziano l’estrema complessità della situazione e la costante e vigile attenzione con cui essa deve essere seguita.

Non posso tacere, inoltre, che per il nostro Paese, oltre ad un problema di tutela dei diritti acquisiti dei connazionali già presenti in Gran Bretagna, in presenza di una ripresa dei flussi in uscita, soprattutto di giovani, che negli ultimi anni continua a svilupparsi ai livelli di un passato che sembrava ormai lontano, esiste anche un problema di orientamento e di prospettiva per coloro che in Italia non trovano opportunità di lavoro e di realizzazione.

Il Regno Unito è stato per alcuni anni la meta prioritaria, assieme alla Germania, di questi percorsi di mobilità, sicché quando si parla delle conseguenze della Brexit è necessario tenere in considerazioni non solo le dinamiche politiche che si sviluppano in quel Paese, ma anche le dinamiche sociali che si svolgono nel nostro Paese.

So bene che si sta facendo un serio e onesto tentativo per rafforzare il sistema degli incentivi al ritorno in Italia per quanti nel recente passato hanno scelto la strada dell’estero e so anche che il Governo da Lei presieduto intende proseguire con determinazione su questa strada.

Ma è necessario comunque essere realisti e riconoscere che la prospettiva dell’emigrazione continuerà ad essere aperta e viva per un certo numero di anni e che quindi è necessario anche prevedere forme di orientamento e di accompagnamento, in Italia e all’estero, soprattutto per le famiglie che emigrano.

Forme di sostegno che purtroppo, nonostante le dimensioni e la continuità del fenomeno, attualmente sono del tutto carenti o addirittura assenti.

Certo, la tutela dei connazionali residenti in UK è oggi prioritaria.

Sono stati compiuti passi indiscutibilmente necessari: come il Decreto Brexit, per assicurare la stabilità finanziaria e l’integrità dei mercati, la tutela dei diritti dei cittadini britannici residenti in Italia, e opportunamente, il rafforzamento della nostra rete consolare nel Regno Unito per garantire l’assistenza nei confronti della comunità italiana e la creazione di una task force presso la Presidenza del Consiglio, con il compito di monitorare l’attuazione dei piani operativi adottati dal nostro governo.

E tuttavia si tratta solo di primi passi, i cui effetti vanno visti nella concretezza delle situazioni.

Intanto perché, come certi casi di lungopermanenti venuti all’attenzione delle cronache e dell’opinione pubblica, non tutti hanno avuto una convincente informazione sulla necessità di iscriversi per ottenere il permesso di permanenza.

Ogni volta, poi, che ci si riferisce a nostre comunità all’estero, se ne parla in modo indifferenziato, come se si trattasse di un blocco socialmente e culturalmente omogeneo, mentre nella realtà dei fatti esse sono variegate e differenziate al loro interno.

Dobbiamo sempre tenere presente che in queste comunità vi sono stratificazioni eterogenee e che, quindi, quando si tratta di operazioni amministrative dalle quali pure dipende il concreto esercizio di diritti, vi sono persone più informate e persone meno informate, persone che hanno una maggiore confidenza con gli strumenti informatici e comunicativi e persone che ne hanno meno o non ne hanno affatto.

Ecco perché, continuo a ripetere, occorre sfuggire agli stereotipi delle nuove emigrazioni e partire realisticamente sempre da coloro che hanno un maggiore bisogno di accompagnamento e di sostegno.

Non lo dico per fare un’affermazione emotiva, ma piuttosto per rivolgere un preciso invito a chi deve operare all’estero, sia nella sfera pubblica che del privato sociale, ad esempio i Patronati, affinché si mettano nella condizione di rispondere ad esigenze dirette e concrete.

Su questa linea di realismo, al Presidente del Consiglio mi permetto di fare un’ulteriore considerazione.  

Nonostante l’impegno di rafforzamento delle dotazioni di personale dei terminali della nostra amministrazione in Gran Bretagna, il disagio al quale i nostri connazionali vanno incontro nei contatti con la nostra pubblica amministrazione è ancora elevatissimo, troppo forte per un paese moderno e di cospicua storia emigratoria come l’Italia.

Noi eletti all’estero siamo letteralmente subissati da richieste di aiuto per aspetti che riguardano spesso la possibilità di stabilire solo un iniziale contatto con gli uffici della nostra amministrazione.

La Brexit dà un carattere di emergenza a questa situazione di lontananza e di distacco, ma le assicuro – Signor Presidente – che si tratta di una questione da affrontare in una dimensione generale e con la maggiore urgenza possibile.

Ne va della concreta possibilità di far valere le prerogative del cittadino (e quelli residenti all’estero sono cittadini di pieno diritto, non di meno di quelli residenti in Italia) e ne va anche dell’immagine di Paese moderno che l’Italia ha il dovere di accreditare all’estero ogni volta che deve confrontarsi con altri Paesi, soprattutto se si tratti di partner europei.    

Per approfondire le tematiche all’ordine del giorno del Consiglio Europeo: Dossier della Camera dei Deputati