APPROVATO IL DL BREXIT. NECESSARIO MA OCCORRE FARE DI PIU’

CAMERA DEI DEPUTATI-BREXIT – INTERVENTO IN AULA – L’Assemblea della Camera dei deputati ha approvato definitivamente il disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 22 del 2019, (A.C. 1789-A, già approvato dal Senato), che contiene misure volte a garantire la sicurezza e la stabilità nel caso di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea senza un accordo (cd. Hard Brexit). Per saperne di più vai al dossier Camera >>

Colleghi, il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione europea è un evento, come tutti sappiamo, di portata storica e, indipendentemente da come avverrà questo processo, è destinato a influenzare il futuro dell’Unione europea e, dunque, il futuro di ognuno di noi. Il complesso negoziato e l’ politica che si sono determinati nel Parlamento britannico hanno messo in evidenza la profondità dei legami giuridici, amministrativi, economici e sociali che quarantacinque anni di partecipazione del Regno Unito al processo di integrazione hanno determinato e quando sia difficile reciderli. Basti pensare che la separazione implica l’abrogazione o la revisione di oltre 12 mila atti legislativi e un migliaio di trattati.

Dal referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione, celebratosi il 23 giugno 2016, il Paese è uscito più diviso che mai e vive tuttora un periodo di incertezza politica ed economica, ma anche di incertezza dal punto di vista umano.

Grandi sono le preoccupazioni di centinaia di migliaia di cittadini europei, tra i quali i nostri connazionali residenti nel Regno Unito, per il proprio futuro. Ricordo le parole di un’anziana, residente a Manchester da una vita, che, con aria terrorizzata, qualche mese fa mi domandò: “Ma ora che faranno? Mi butteranno fuori? Ma questa è casa mia!”. Qualunque sia l’esito di questo processo esso continua a rimanere incerto ma, a prescindere da come andrà a finire, la lezione è chiara per tutti già oggi: nel Regno Unito regna un grande caos. All’indomani del referendum in molti abbiamo immaginato che il Brexit potesse rappresentare il primo tassello di un domino che avrebbe fatto cadere, una dopo l’altra, l’adesione di molti altri Stati membri e che di fatto l’Unione europea non rappresentava più una scelta irreversibile. Il tempo, però, ha contraddetto questa prospettiva, l’Unione Europea ha dimostrato di saper reagire allo e, in qualche modo, ha saputo rafforzare il suo ruolo e la sua immagine. Gli inglesi hanno deciso di ritirarsi da un’Europa che temevano finisse per danneggiarli, senza rendersi conto, però, di non essere più l’impero coloniale di un tempo, ma semplicemente uno dei tanti ingranaggi del mondo interconnesso e globalizzato dove ormai nessuno può sopravvivere da solo.

La conseguenza tutta politica di questa crisi, ormai lunga tre anni, è stata, tra le altre cose, lo spostamento dei cosiddetti partiti euroscettici e populisti su posizioni sovraniste. Oggi non vogliono più uscire dall’euro o dell’Unione, ma vogliono arrestare il processo di integrazione e recuperare la sovranità degli Stati nazionali. Dicono che questa Europa sacrifica il sovranismo delle nazioni e va cambiata in difesa di un superiore interesse nazionale. Sappiamo, invece, che siamo arrivati a questo punto proprio perché si è perso il significato più profondo della nostra Unione, che non può essere il luogo dove vince lo Stato più forte. Se così fosse, come vorrebbero anche i populisti nostrani, il ruolo dell’Italia sarebbe fortemente compromesso, con il suo deficit e la sua crescita così bassa. Si è, allora, passati da messaggi contro l’Europa e contro l’euro a fare un’inversione di rotta. È più conveniente, infatti, puntare a conquistare le istituzioni europee per modificarle dall’interno piuttosto che abbandonarle e trovarsi da soli in mare aperto.

Ma la sovranità assoluta, invocata dai sostenitori della Brexit, mostra tutti i suoi limiti. Nessun Paese europeo può resistere da solo nella competizione commerciale, economica e tecnologica con grandi potenze come Stati Uniti e Cina. Davanti a noi, dunque, abbiamo due possibilità: cercare di rimetterci sul cammino tracciato dai padri fondatori e tornare a fare politiche comuni o arretrare ancora nel processo di completamento dell’Europa. Come possiamo affrontare le sfide di una globalizzazione sempre più stringente se non torniamo a esprimerci come una realtà unita e forte? La propria sovranità si difende soltanto stando in Europa.

Noi del Partito Democratico, assieme alle forze politiche europeiste che guardano al futuro dell’Europa e, quindi, al futuro anche dell’Italia, non possiamo abbassare la guardia. I sovranisti vogliono fermare il processo di integrazione mentre siamo a metà strada, ma arrestando il processo di integrazione oggi si avvia il processo di disintegrazione domani. Questa Europa, in sostanza, va difesa dai sovranisti e dalle correnti di antipolitica e di xenofobia che la percorrono, ma così com’è nemmeno a noi va bene e deve cambiare. Affrontare la nodale questione del lavoro e, in particolare, delle giovani generazioni, dei livelli di retribuzione, della sua qualità in relazione agli studi fatti e alla professionalità acquisita significa non solo rispondere alle urgenze sociali di oggi, ma anche costruire il futuro di un’Europa più equa e più dinamica.

Alla luce del Brexit, comunque, l’uscita dall’Unione europea appare tutt’altro che un’occasione di liberazione. È piuttosto uno dei messaggi più europeisti di sempre: se si lascia l’Unione si attraversa il caos. A riprova di tutto ciò ci sono i sondaggi dell’Eurobarometro, che misurano l’atteggiamento del pubblico nei confronti dell’UE in tutti gli Stati membri. Un numero sempre maggiore di cittadini ritiene che l’appartenenza all’Unione Europea del proprio Paese sia una buona cosa: sono il 62 per cento, il dato più alto registrato negli ultimi venticinque anni. Il 68 per cento ritiene, inoltre, che il loro Paese abbia beneficiato dell’appartenenza all’Unione, la cifra più alta dal 1983.

L’uscita del Regno Unito avrà un impatto inevitabile sul processo di integrazione dell’Unione europea e comporterà un significativo cambiamento anche nel rapporto tra Paesi appartenenti alla zona euro e quelli che ne sono fuori, alterandone gli equilibri. In questo quadro di grande complessità politica, economica e sociale si colloca il provvedimento oggi alla nostra attenzione.

Il disegno di legge approvato dal Senato si è reso necessario per assicurare la sicurezza, la stabilità finanziaria e l’integrità dei mercati nonché la tutela della salute e della libertà di soggiorno dei cittadini italiani e di quelli del Regno Unito in caso di recesso dall’Unione europea senza accordo.

Come deputata eletta in Europa devo dire che un provvedimento che assicurasse la tutela ai cittadini italiani nel Regno Unito, tra le comunità più numerose e articolate della nostra emigrazione, era atteso da tempo. Con il disegno di legge vengono accelerati i termini per l’iscrizione all’AIRE. Il decreto-legge prevede, inoltre, il potenziamento dei servizi consolari in Gran Bretagna e stanzia circa 6 milioni di euro l’anno per manutenzione, ristrutturazione e acquisto di immobili, per finanziare nuove attrezzature e per l’aumento di personale delle sedi diplomatiche. Vengono, altresì, disciplinate le tutele per i cittadini inglesi in Italia per i quali ci sarà un doppio regime in materia di residenza: chi vi risiede in modo continuativo da almeno cinque anni alla data del 29 marzo 2019 avrà diritto al permesso di soggiorno UE di lungo periodo, mentre per chi è in Italia da almeno tre mesi ma da meno di cinque anni sarà rilasciato un permesso di soggiorno elettronico per residenza della durata di cinque anni rinnovabile alla scadenza. Per i cittadini del Regno Unito è prevista anche una disciplina transitoria in tema di concessione della cittadinanza italiana. 

Il provvedimento stabilisce che le norme europee in materia di coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale continueranno ad applicarsi, per quanto riguarda i diritti in materia di tutela della salute, fino al 31 dicembre 2020, a condizione di reciprocità con i cittadini italiani, ai cittadini del Regno Unito ed agli apolidi rifugiati soggetti alla legislazione di tale Stato, nonché ai relativi familiari e superstiti. Sono fatti salvi anche i diritti e i doveri degli studenti e dei ricercatori del Regno Unito già presenti in Italia alla data del recesso o, comunque, che lo saranno entro l’anno accademico 2019-2020 sempre a condizione di reciprocità. 

Come Partito Democratico, non abbiamo fatto mancare il nostro contributo per migliorare il testo e venire incontro a richieste e sollecitazioni della comunità italiana che vive dentro e fuori i confini nazionali. In particolare, abbiamo presentato emendamenti tesi a modificare le norme introdotte dal decreto-legge sicurezza in materia di cittadinanza per quanto attiene l’obbligatorietà della certificazione linguistica riferita al livello B1, che proponiamo di portare a livello A2, e ai tempi di risposta previsti in 48 mesi, che noi proponiamo di riportare a 24. Le norme del decreto-legge sicurezza, del resto, stanno creando grandi difficoltà alle coppie miste composte da cittadini italiani e cittadini britannici, soprattutto in questo momento di incertezza. 

I due emendamenti del collega Ungaro, inoltre, volti rispettivamente ad assicurare il riscatto integrale dei contributi versati dai cittadini italiani nei fondi pensione privati del Regno Unito e a creare meccanismi di chiamata diretta di personale medico sanitario impiegato nel Regno Unito – si stima che siano oltre 6 mila i medici italiani che lavorano in Gran Bretagna – per sopperire alla carenza di personale nell’ambito del Servizio sanitario nazionale avrebbero rappresentato un segnale di attenzione e di sensibilità del Governo italiano. 

Concludendo, il processo avviato con il Brexit apre prospettive incerte eppure mai come in questo momento il mondo ha bisogno di un’Europa democratica rispettosa dei diritti umani ed equilibratrice rispetto alle spinte disintegranti che provengono dagli USA di Trump, dal neosovranismo strisciante della Russia di Putin e dall’espansionismo vorace della Cina. 

Dobbiamo aver, dunque, l’idea che le prossime elezioni europee non sono una qualsiasi scadenza elettorale ma un passaggio epocale denso di implicazioni rispetto ai valori di fondo della democrazia e degli equilibri internazionali. 

Nonostante il Brexit, anche la Gran Bretagna si appresta a votare per le europee. Il 7 maggio è stato l’ultimo giorno oltremanica per registrarsi: secondo i dati ufficiali del Governo, hanno fatto richiesta oltre 130 mila persone residenti in UK, una cifra addirittura superiore a quella dell’ultimo giorno di registrazione delle elezioni locali in Inghilterra e Irlanda del Nord la settimana scorsa. Ma soprattutto, di questi 130 mila, il 57 per cento ha meno di 35 anni; mentre solo il 7 per cento è over 64. Ciascun voto peserà certamente sulla condizione e sul futuro di ognuno di noi, delle nostre famiglie e delle comunità alle quali apparteniamo ma tenderà anche a rimbalzare sulla vita di chi nemmeno risiede in Europa e pensa di stare al sicuro da quello che in essa succede. E questo accade non solo per gli effetti della globalizzazione ma perché la democrazia, che oggi vive una stagione di transizione rispetto al modello consolidato all’indomani della Seconda guerra mondiale, è una, indivisibile e oggi deve superare una difficile prova.