63 ANNI FA IL DISASTRO NELLA MINIERA DI BOIS DU CAZIER.

UNA TRAGEDIA SIMBOLO DELLA STORIA DEL LAVORO ITALIANO NEL MONDO.

«In nome dei 139 fratelli italiani sepolti in un’agonia che si teme purtroppo senza scampo e in nome dei loro compagni di ogni Paese fra i quali sono gli stessi figli del Belgio, sentiamo di dover chiedere che i tristi imperi rinnovino tutta la loro tecnica estrattiva, i loro impianti, i loro sistemi di sicurezza, il loro complesso sistema economico e sociale, se non vogliono che la loro ricchezza sia sinonimo di morte e se non vogliono che si debba su di essa stendere la nera bandiera d’un lutto che la civiltà non può accettare e contro il quale è doveroso che la Società stessa insorga condannando quella ricchezza che vive sui funebri cunicoli della morte». Così concludeva il suo bellissimo articolo, «Un amaro pane per gli italiani», Orio Vergani sul «Corriere della Sera» del 9 agosto 1956.

Nella tragedia di Marcinelle morirono 262 lavoratori, 136 dei quali italiani.

Marcinelle è per tutti noi, anche se di generazioni lontane da quelle vicende, un richiamo forte del senso di liberazione che l’emigrazione ha avuto per milioni di persone, dello sfruttamento e dell’insicurezza a cui tanti sono stati sottoposti, della svolta in termini di sicurezza sociale che anche quelle tragedie hanno concorso a far maturare.

Chi veniva in miniera dalle campagne del Sud non aveva mai conosciuto questo tipo di lavoro, ma, allo stesso tempo, spesso non aveva conosciuto nemmeno una retribuzione salariale regolare, le protezioni assicurative, le ferie pagate, insomma le prerogative essenziali di un vero e dignitoso contratto di lavoro.

La tragedia del Bois du Cazier, la più grande di una serie purtroppo lunga di eventi che comportarono atroci perdite di vite umane, ha contribuito tuttavia ad una svolta nelle politiche di sicurezza sui luoghi di lavoro e nella costruzione di un welfare di modello europeo, che è stato storicamente uno dei più avanzati del mondo. Un esempio che i lavoratori, i sindacati ed alcuni stati hanno cercato di seguire per dare un segno profondo di giustizia a società in complessa evoluzione.

In senso più lato, con verosimiglianza storica, essa è stato il punto di partenza di un processo di dialogo e di responsabilizzazione degli stati a livello europeo che ha portato, sia pure nel corso di un articolato processo, agli accordi e all’unità che hanno presidiato la pace del vecchio continente e consentito la mobilità entro i suoi confini.

Marcinelle è stata dunque in qualche modo riscattata dal dolore inconsolabile dei familiari e dei compagni di lavoro nelle miniere, ma anche dal fatto che essa è diventata un fermento morale e un impulso di lotta per i lavoratori italiani e non solo. Non retoricamente, dunque, essa è vissuta nelle coscienze e vive nella volontà di tutti coloro che anelano a rendere più giuste le società nelle quali vivono.

Questo universale senso di solidarietà sembra oggi dissolversi di fronte alle chiusure nazionalistiche, alla fatica di vedere riconosciuti e protetti i diritti umani, in sostanza di fronte alla disgregazione dei vincoli tra gli esseri umani e tra i lavoratori.

Dello spirito di Marcinelle, dunque, abbiamo ancora bisogno, oggi più che mai, per ricostruire il nostro profilo di civiltà umana e del lavoro e per ridare all’Europa quella funzione propulsiva nel mondo che è una garanzia per il nostro futuro e per lo stesso equilibrio mondiale.

Una prova della profondità delle radici che l’emigrazione ha messo in Europa e del beneficio che ha recato e arreca al rapporto tra i governi e i popoli si è avuto anche nel recente incontro del gruppo interparlamentare Italia-Benelux con gli ambasciatori dei tre Paesi europei a Roma. I legami di amicizia e di collaborazione che uniscono i nostri Paesi, è stato ribadito, ci consentono di lavorare con comune impegno per rafforzare l’Europa dei popoli, dei diritti e della giustizia sociale.