REFERENDUM COSTITUZIONALE: LE RAGIONI DEL MIO NO

Le imminenti votazioni referendarie sulla riduzione del numero dei parlamentari costituiscono un appuntamento importante per l’Italia e anche per gli italiani all’estero.

La mia posizione sulla riforma costituzionale è stata ferma e coerente fin dal primo momento. E’ stato un NO convinto alle proposte inizialmente avanzate dalla maggioranza giallo-verde, costituita dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega.

Sul contenuto del referendum, quindi, non posso che confermare la mia forte contrarietà che mi porterà a votare “NO”.

Questa contrarietà, per la verità, va al di là della ingiusta riduzione del numero dei parlamentari eletti all’estero, che aggrava lo scompenso di rappresentatività già esistente.

Per onestà intellettuale, non sarei contraria a prendere in considerazione una riduzione del numero dei parlamentari, ma non sulla base di un taglio lineare, come è stato fatto, piuttosto di una seria riforma del funzionamento delle due Camere in grado di superare le rigidità del bicameralismo perfetto e capace di rendere il Senato luogo di rappresentanza delle Regioni e delle istituzioni locali. Una riforma organica, insomma, del tipo di quella già approvata dal Parlamento e poi bloccata dal referendum del 2016. 

Io appartengo ad un partito che si è schierato per il SI con motivazioni articolate che non sto qui a ripetere. Vorrei ricordare che il Partito Democratico un anno fa ha fatto inserire un punto preciso nel programma di Governo, quello di riequilibrare la riforma costituzionale con una nuova legge elettorale per dare voce a tutti i territori e alle minoranze. E i patti andrebbero rispettati, soprattutto in tempi di emergenza, quando si ha necessità di avere certezze, non giochi di palazzo.

La mia posizione contraria, del resto, mi ha portata a differenziarmi, con sofferenza, dal mio gruppo. Ma per rispetto delle mie convinzioni e soprattutto per lealtà verso gli elettori non ho potuto fare altro che esprimermi con convinzione contro la riforma in ognuno dei passaggi parlamentari.

Ma torniamo alla nostra questione. A quella che ci riguarda direttamente.

Noi italiani all’estero da questa modifica costituzionale siamo colpiti in pieno.

La riforma – lo ricordo nuovamente – crea uno squilibrio nell’indice di rappresentanza dei cittadini italiani residenti all’estero rispetto a quelli residenti in Italia e rende, di fatto, la rappresentanza dei cittadini italiani all’estero un semplice diritto di tribuna, soprattutto per le aree che saranno poco rappresentate.

Inoltre, questa prospettiva va in controtendenza rispetto alle dimensioni sempre più consistenti degli italiani all’estero dovute ai recenti flussi di italiani e che dovremmo fare di tutto per recuperare alla partecipazione democratica e non disperdere.

Con questa riforma, sei milioni di cittadini italiani eleggeranno 4 senatori e 8 deputati, che, sia pure in un Parlamento più ristretto, non avranno molte possibilità di far sentire la loro voce ed incidere sulle scelte di governo.

Si dirà che la riduzione è per tutti di un terzo…. ma i cittadini italiani all’estero erano già sottorappresentati.

Parliamoci chiaro, nel corso di tutto il dibattito parlamentare che ha portato alla riforma (avvenuto con il governo gialloverde in carica) non si sono volute ascoltare le nostre ragioni. Poi è stato troppo tardi.

Fin dalla nascita della rappresentanza estera, si è creato uno squilibrio profondo a danno degli italiani all’estero, che è espresso con chiarezza e crudezza da queste cifre: ogni deputato eletto in Italia oggi rappresenta 96.000 cittadini, mentre ogni deputato eletto all’estero ne rappresenta 400.000; allo stesso tempo, un senatore eletto in Italia rappresenta 192.000 cittadini mentre uno eletto all’estero ne rappresenta circa 800.000.

Dopo oltre quindici anni di sperimentazione della circoscrizione Estero, anziché cogliere l’occasione per colmare questo vulnus, è stato applicato meccanicamente un criterio di riduzione che ha aggravato ulteriormente lo squilibrio iniziale.

Sicché con questa modifica costituzionale ci troviamo di fronte a una situazione di questo tipo: un eletto alla Camera in Italia varrebbe 150.000 cittadini, uno eletto all’estero 700.000 iscritti all’AIRE; un senatore eletto in Italia rappresenterebbe mediamente 300.000 cittadini, uno all’estero addirittura 1.400.000 iscritti all’AIRE.

Chi può dire, onestamente, che in questo modo si rispettano lo spirito e la lettera della nostra Costituzione? Soprattutto, chi può dire che questa soluzione non venga vissuta come un atto, sia pure involontario, di esclusione e di marginalità dai circa sei milioni di italiani residenti all’estero?

Tutto questo avviene mentre la base elettorale in Italia negli ultimi vent’anni è rimasta sostanzialmente stabile per via dei problemi demografici a tutti noti, mentre quella all’estero si è quasi raddoppiata.

Sappiamo tutti che in questi anni i flussi di emigrazione dall’Italia sono ripresi ai livelli dei decenni precedenti. Come si può pensare che escludere centinaia di migliaia di cittadini, tendenzialmente milioni, dai processi di partecipazione democratica e dalla vita civile possa fare il bene del Paese?

E questo avviene proprio mentre il nostro sistema economico e sociale deve fronteggiare la grave situazione che si è determinata in seguito alla pandemia che, ancora di più rispetto al passato, ci obbligherà a guardare all’estero come ad una fondamentale occasione di sostegno delle nostre produzioni e del mercato del lavoro.

La speranza, dunque, che – nonostante tutte le difficoltà che stiamo registrando a causa della pandemia nel mondo – si possa avere una partecipazione significativa al voto degli elettori residenti all’estero e che il loro voto possa costituire un segnale chiaro per la classe dirigente di questo Paese, indipendentemente dagli esiti che il referendum avrà in Italia.